Se nel marzo 2017 si celebreranno i 60 anni dai Trattati istitutivi della CEE, nel febbraio si sono ricordati, con un riuscitissimo convegno, i 60 anni dalla “nascita” dell’educazione civica, avvenuta per iniziativa dell’UCIIM di Catania, nel prestigioso Castello Ursino.
La relazione di base, nel ’57, fu affidata al senatore Domenico Magrì, che sarebbe divenuto dal maggio successivo  sottosegretario alla Pubblica Istruzione col ministro Aldo Moro. Un intenso lavoro, affrontato anche nelle aule parlamentari, rese possibile il varo del decreto Moro Gronchi 13.6.1958 sull’educazione civica, che così precisava: “i programmi di insegnamento della storia, in vigore negli istituti e scuole di istruzione secondaria e artistica, con effetto dall’anno scolastico 1958-59, sono integrati da quelli di educazione civica allegati al presente decreto”.
E’ importante ricordare che lo stesso Moro era stato primo firmatario di un odg approvato all’unanimità, con prolungati applausi dall’Assemblea Costituente, l’11 dicembre 1947, per chiedere “che la nuova Carta Costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico della scuola di ogni ordine e grado, al fine di rendere consapevole la giovane generazione delle conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sacro retaggio del popolo italiano“.
Come quello dell’Europa, neanche il sessantennio di vita dell’educazione civica è stato facile e prevedibile. Ciò che stupisce, leggendo le relazioni e i documenti finali di quel convegno, è la chiarezza di idee con cui si riuscì a dipanare l’intricata matassa. A cominciare dal titolo, che distingue con chiarezza due nuclei concettuali oggi spesso confusi: “l’insegnamento della Costituzione e l’educazione civica dei giovani”.
Nella sua conclusione, Gesualdo Nosengo rilevò un consenso unanime su “queste tre vie principali: 1) l’instaurazione di un costume di vita scolastica e di rapporti didattici ispirati ai grandi valori etici della democrazia; 2) il rinnovamento delle stesse strutture scolastiche nel senso voluto dai principi e dallo spirito della Costituzione; 3) l’insegnamento della Costituzione, diretto e attraverso le altre discipline, in misura adeguata ai diversi livelli mentali e sociali e con la cooperazione attiva di tutti gli insegnanti”.
Dunque disciplinarità e trasversalità concepite come compresenti e non alternative. Mario Lodi e don Milani, fra gli altri, erano d’accordo.
Com’è noto, oggi la legge 30.10.2008 n, 169 ha dato all’educazione civica  un nuovo nome, impegnando il personale della scuola del primo e del secondo ciclo a promuovere “conoscenze e competenze  relative a Cittadinanza e Costituzione, nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale e del monteore complessivo previsto per le stesse“.
Se la legge 107/2015 ha dimenticato di citare la Costituzione ora, in sede di revisione dei decreti delegati in Parlamento (una sorta di Pronto soccorso) si cerca di ricuperare, per questo insegnamento sui generis, uno spazio dedicato e  una valutazione distinta.
Dopo 60 anni di educazione civica, si spera ancora di dare alla Costituzione diritto di cittadinanza nel “quadro didattico” della scuola, come vollero 70 anni fa i Padri costituenti. La signora Costi, come la chiamano i bimbi di una scuola materna emiliana, almeno uno strapuntino sul pullman della scuola sembra meritarlo.

Luciano Corradini

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