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In uno dei Webinar che hanno cercato di sostituire o d’integrare, con alterne fortune, gli incontri scolastici di studenti e docenti durante il recente lockdown anticovid, sono stato invitato dal Collegamento studenti Monza Consonni, a parlare dei miei ricordi del tempo di guerra, a cominciare dal fatidico 10 giugno 1940, quando avevo poco meno di 5 anni e frequentavo, a Castellazzo di Reggio Emilia, la seconda elementare, per meriti speciali, dato che ero figlio della maestra.

Una delle sere di quel giugno gli adulti di casa mi portarono a vedere, dalla finestra del bagno, un cielo illuminato di notte, che mi spaventò, perché si diceva che sarebbe scoppiata la guerra. Seppi poi che si trattava di un’aurora boreale, ma allora ero terrorizzato dall’invasore, tanto che mi misi a correre col cuore in gola, quando venne un frate a chiedere l’elemosina.
Per incoraggiarmi, quando mi sbucciavo un ginocchio, mi dicevano che non dovevo piangere, ma imitare quell’ “intrepido Balilla che sta gigante nella storia”, di cui si cantava in classe, aggiungendo “ai nemici in fronte il sasso, agli amici tutto il cuor”.
Del resto avevo anch’io la divisa da “piccolo soldato di Mussolini”. In casa mia avevamo un portacenere regalatoci da uno zio su cui era scritto: “molti nemici molto onore”.
Evidentemente bastava solo un cuore per gli amici, ma per i molti nemici occorrevano molti sassi. I nemici erano sia quelli interni, i socialisti, che “bruciavano i campi di grano”, come era scritto in un libro di lettura (e sui muri c’era un manifesto minaccioso: Taci! Il nemico ti ascolta), sia quelli esterni, che stavano al di là delle Alpi. In particolare erano gli inglesi, guidati dal ministro Ciurcillone, una specie di Gambadilegno col sigaro, personaggio del giornalino Il Balilla, che dovevamo comprare a scuola, al costo di mezza lira. Mia madre cercava di commuoverci leggendo il libro Cuore, ma due amici più grandi di me mi associarono ad un progetto segreto che prevedeva la costruzione di una bomba fatta con capocchie di fiammiferi, che sarebbe esplosa sui binari per far deragliare un treno. Il resto lo avrebbe fatto il padre di questi Lucignoli, che, dissero, aveva una pistola. Un mio cugino mi propose una gara più simbolica e meno cruenta: sfidarsi a chi mangiasse più in fretta il risotto. Questo rappresentava gli inglesi, il piatto bianco gli italiani; e il vincitore, con la forchetta alzata, avrebbe cantato vittoria. Del resto cantavamo “Vincere, vincere, vincere, e vinceremo in cielo in terra e in mare: è la parola d’ordine di una suprema Volontà”.
Nella nostra tessera della GIL, Gioventù italiana del Littorio, c’era scritto: “Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire senza discutere gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e se è necessario col mio sangue, la causa della Rivoluzione Fascista”.
Oggi il sangue si pensa di darlo all’AVIS per salvare le vite, non a un Duce per perdere le guerre. E sappiamo che molti nemici vuol dire molti pericoli e molta miseria: perciò la Scuola di Barbiana ha sostituito il “me ne frego” col “me ne importa”.
Martin Luther King ha scritto che l’unica forza che può trasformare un nemico in un amico è l’amore. Il futuro, la cronaca di questi giorni insegna, non sta nei bianchi che soffocano con un ginocchio un nero, come ha fatto negli USA un poliziotto con George Floyd, divenuto un’icona dei diritti umani, ma nei bianchi e nei neri che s’inginocchiano di fronte alle vittime, per cambiare il cuore e la mente di chi pensa la salvezza come liquidazione degli avversari reali o presunti.
Il futuro non sta nel “prima gli americani, gli italiani, i brasiliani, gli ungheresi…e gli altri si arrangino, perché l’importante è che ci salviamo noi”; ma nel selezionare gli amici per farsi nuovi amici, nella prospettiva voluta dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’ONU, in modo che ciascuno si senta il più possibile “a casa sua” “in spirito di fratellanza”, nell’unica Terra che abbiamo. Oltre che un principio etico, questa sta diventando un’evidenza empirica.


Luciano Corradini

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