Nei giorni scorsi giornali e televisione hanno messo la lente d’ingrandimento sulla data del 9 maggio.
I due avvenimenti che hanno avuto la maggior attenzione, per il loro impatto emotivo e per le tragedie che ricordano e per gli effetti impressionanti che continuano ad avere nella nostra coscienza e nella nostra società, sono avvenuti nello stesso anno 1978.
Riguardano l’assassinio di Aldo Moro, per mano delle Brigate Rosse, che ne fecero ritrovare il cadavere lo stesso giorno a Roma in Via Caetani, e quello di Peppino Impastato, un giornalista impegnato nella denuncia dei soprusi e dei delitti dei mafiosi di Cinisi e  Terrasini, vicino a Palermo.  Terrorismo politico e delitto mafioso rappresentano due forze oscure del Paese, mosse da un lato da fanatismo ideologico, dall’altro da  volontà di potere e di disprezzo delle persone, della verità e dei diritti degli altri. Entrambi i delitti colpiscono al cuore lo Stato e le persone che rappresentano le ragioni e le istituzioni della democrazia. Queste stesse ragioni si erano espresse con lungimiranza e con coraggio civile 28 anni prima, il 9 maggio del 1950, nel cosiddetto “discorso dell’orologio, fatto dal ministro degli esteri francese Robert Schumann e concordato con Konrad Adenauer, cancelliere tedesco e con Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio italiano.
Oggetto di quella dichiarazione fu la proposta di «collocare l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto un’Alta Autorità comune, in una organizzazione aperta alla partecipazione degli altri paesi d’Europa». E’ questo un nove maggio di speranza, fatto non solo di parole ma dell’inizio di un processo animato da una profonda e sincera volontà di pace.
Per chiarire il senso di questo evento, in un momento storico nel quale la sfiducia e le paure tendono a prevalere sulle speranze, ricorro a due citazioni. La prima, di Benedetto Croce, risale 1932 e alla sua Storia dell’Europa nel secolo XIX: “In ogni parte d’Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità (perché le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche); e a quel modo che, or settant’anni, un napoletano dell’antico Regno o un piemontese del Regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’essere loro anteriore, ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così francesi tedeschi e italiani si innalzeranno a europei e i loro pensieri si indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei, come prima per le patrie più piccole, non dimenticate, ma meglio amate”.(Bari, Laterza, pp.432-436).
La seconda citazione è tratta da uno dei tanti libri dedicati all’Europa da un personaggio che fu tra i più lucidi e generosi “operai” della faticosa e incompiuta unificazione dell’Europa, Tommaso Padoa-Schioppa: «Oggi possiamo dire che il vero evento rivoluzionario del nostro secolo è stata la creazione di poteri sovranazionali in quella parte del mondo dove lo Stato nazionale era nato. E’ stata una rivoluzione lenta, intrisa di carte e di procedure…ma rivoluzione, perché capace di trasformare durevolmente la configurazione del potere e di imprimere una svolta al corso della storia». (Europa, forza gentile, Il Mulino, Bologna 2001, p.14).

Luciano Corradini

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