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In questi anni diventa sempre più chiaro, a livello mondiale, che il Pianeta è febbricitante, per il continuo degrado ecologico che subisce e per le conseguenze di un’economia globalizzata di rapina, in gran parte indifferente nei riguardi delle ingiustizie e dei conflitti che provoca o favorisce, verso interi popoli e verso le generazioni future; che l’Unione europea, nonostante il nome, la moneta comune e le istituzioni che i suoi membri si sono dati, da anni scricchiola sempre più vistosamente, (si pensi alla Brexit), per l’indebolirsi del sogno europeo e della politica che avrebbe dovuto alimentarlo, rendendola capace di affrontare le difficoltà poste dall’economia e dalla crescente immigrazione di fuggiaschi dalle guerre e dalla fame.

Quanto all’Italia, ci basti ricordare che siamo da mesi, fino al 4 dicembre, sotto un velo d’ignoranza sull’esito di un lacerante confronto referendario e sulla idoneità dei prossimi assetti politico-istituzionali ad affrontare le sfide che ci attendono, a causa delle difficoltà di aggregazione dei partiti, della frammentazione del corpo elettorale e della progressiva diminuzione del capitale sociale: ossia dell’etica pubblica, dello spirito comunitario e della fiducia negli altri e nelle istituzioni. Molti giovani, compresi i diciottenni, andranno a votare senza aver avuto l’occasione di studiare il testo della Carta ancora in vigore e quello modificato con legge costituzionale e sottoposto al quesito referendario. Non devono rassegnarsi, ma leggere il testo e informarsi, ascoltando i dibattiti. Meglio capire un poco che nulla. Non è facile capire un mondo sempre più complesso e sentirsi partecipi di sistemi, in cui le esigenze di rapidità decisionale, di semplificazione, di segretezza e di propaganda, confliggono con le esigenze di trasparenza e di partecipazione dei singoli e delle “formazioni sociali ove si svolge la loro personalità”. Ammettiamo pure che grandi responsabilità dei nostri guai siano dovute alla inadeguatezza delle classi dirigenti, a tutti i livelli; ammettiamo che manchi una cultura capace di comprendere e di governare il sistema politico ed economico a livello mondiale. Non per questo si devono accettare la rassegnazione, l’indifferenza, la violenza come uniche alternative possibili. Ci sono, vicine e lontane da noi, molte persone che lottano e fanno cose buone e ottime, di cui non ci si accorge neppure. Non tutte le situazioni sono incomprensibili, non tutti i problemi sono insolubili, non tutti i mali sono invincibili.

Commentando lo “spirito di Assisi”, il grande sociologo Zygmunt Bauman ha detto che “la storia dell’umanità può essere riassunta in molti modi, uno dei quali è la progressiva espansione del pronome noi“. Ha concluso dicendo che oggi c’è la  necessità ineludibile di fare un salto verso l’abolizione del loro. Mi permetto di ricordare che in un’infuocata assemblea studentesca, nel 1968, in cui si parlava del nemico irriducibile da distruggere, mi venne spontanea un’affermazione analoga: “La parola più rivoluzionaria che io conosca è noi, senza alcuna limitazione di ambito”. Questo vale anche per l’Italia, per l’Europa e per la Terra. Per Marte, possiamo attendere.

Luciano Corradini

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