Il 10 aprile Lisa mi ha mandato un messaggino vocale trionfante, in cui mi diceva che aveva appena avuto la notizia d’essere ammessa a frequentare un anno di Erasmus a Madrid per il prossimo anno. Sarà il suo quart’anno di medicina e lei sarà una dei circa 4 milioni di studenti che finora hanno frequentato atenei di altri paesi, con un contributo dell’UE. “So che domani ci vedremo, ma volevo dirtelo subito perché è una notizia importante!”. L’indomani è venuta con la sua famiglia da Milano, per cercare di dirmi perché è importante. Naturalmente ha pensato subito agli aspetti legati ai suoi studi, alla novità di una prestigiosa sede universitaria e ai connessi aspetti turistici e culturali, alla sua amica che andrà con lei, alle nuove amicizie che avrebbe fatto.
Abbiamo però anche ricordato la rilevanza educativa, linguistica, scientifica, politica, economica del Programma Erasmus, intitolato a un grande umanista europeo del Cinquecento: ne è prova il fatto che il prestigioso Premio Carlo V è stato lo scorso anno assegnato all’unanimità da una giuria europea alla prof. Sofia Corradi dell’Università di Roma Tre, che lo ha tenacemente proposto e sostenuto, fin dagli anni ’80. Il premio, corredato da 12 borse di dottorato e mobilità, le è stato consegnato dalle massime autorità dell’UE.
Il Programma Erasmus, diventato Plus dal 2014, è una delle poche iniziative che resistono e anzi aumentano il loro prestigio, proprio mentre le istituzioni europee soffrono e il senso di appartenenza all’UE si va pericolosamente riducendo.
Nel codice genetico dell’università europea si trova la libertà di ricerca, d’insegnamento e di movimento, valore che si è sviluppato insieme alla libertà di crescita, di commercio, di scoperta e di creazione del nuovo.
Il cammino percorso fin qui dalle università europee è durato quasi un millennio e ha visto la nascita e il superamento di ostacoli di varia natura e gravità. Basti pensare ai totalitarismi e allo sterminio prodotto dalle ultime due guerre mondiali. Si è troppo presto dimenticato, fra gli altri,  il monito di Churchill, che risale al 1946: “C’è un rimedio alla tragedia dell’Europa. Il rimedio è di ricreare la Famiglia Europea. Dobbiamo creare una sorta di Stati Uniti d’Europa”. Bisogna avere “il senso di un patriottismo allargato e di una cittadinanza comune”.  E aggiungeva: “Se l’Europa può salvarsi dalla sua miseria infinita, anzi dalla rovina, è con un atto di fede nella Famiglia Europea e un atto di oblio per tutti i crimini e le follie del passato”. Fede e oblio, che evocano speranza e perdono, piuttosto che rimozione o semplice dimenticanza delle tragedie belliche, sono gli atti interiori richiesti da uno statista che si era impegnato fino alla disperazione per battere la Germania nazista.
A Lisa e ai suoi compagni auguro di meditare su queste parole.

Luciano Corradini

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