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Ci salveremo.
Questo è il titolo di un libro di Ferruccio De Bortoli, uscito pochi giorni prima di domenica 26 maggio, giorno in cui abbiamo votato per il rinnovo del Parlamento Europeo. Alcuni commentatori hanno detto che occorrerebbe mettere un punto interrogativo a questo titolo, che pare troppo ottimistico. Certo, il prestigioso giornalista non è un cultore della famosa “Legge di Murphy”, che suona così: “Se qualcosa può andar male, lo farà”.
Io mi sono chiesto però, prima di schierarmi fra gli ottimisti o i pessimisti, qual è il soggetto di questo verbo. Noi chi? Noi italiani, noi europei, noi occidentali, noi bianchi, noi cristiani, noi esseri umani, noi esseri viventi sul Pianeta? Si potrebbe continuare, selezionando coloro che ci interessano più da vicino. Il pronome noi è il plurale di io, ed è la parola più esclusiva, ma anche la più inclusiva che ci sia nel nostro vocabolario. E’ un pronome personale, maschile e femminile, che si estende da me a tutti/e coloro che io prendo in considerazione col pensiero, con l’affettività, in relazione all’orizzonte che scelgo parlando e scrivendo.
Nelle prime pagine del libro di De Bortoli troviamo questa dedica: “Ai tanti che ogni giorno fanno qualcosa per gli altri. Il loro esempio è il nostro futuro”. La prima cerchia del noi è qui identificata non da un numero, ma da un indeterminato tanti, tutti coloro che ci indicano la strada per rendere possibile un futuro comune. Il “nostro” futuro dipende dalla capacità di trarre ispirazione da coloro che sanno fare qualcosa per gli altri. Questa seconda cerchia del noi si estende tanto quanto si estendono la nostra cultura, la nostra sensibilità, la nostra responsabilità e la nostra capacità d’iniziativa e di servizio, sull’esempio di coloro che già “fanno”. Fare per gli altri è una condizione per salvare anche noi, dato che siamo in qualche modo interdipendenti, legati a un comune destino. Gli altri sono qui intesi non come estranei da cui difenderci o di cui servirci, ma come soggetti per i quali impegnarci, convincendoli a nostra volta, col nostro esempio, a partecipare alla comune salvezza. Al perentorio titolo “Ci salveremo”, si aggiunge così, nel risvolto di copertina, un punto interrogativo, che fa del futuro un condizionale, cioè una possibilità che dipende in gran parte da noi, cittadini italiani, titolari di diritti e doveri costituzionali. Lo chiarisce il sottotitolo, Appunti per una riscossa civica. Dedica un capitolo anche all’educazione civica, ritenendo che anche attraverso la scuola si debba “ri-scuotere” chi non si sente abbastanza scosso e chiamato in causa dagli eventi drammatici e inquietanti del passato e del presente, e dagli esempi e dalle opportunità di cui disponiamo. Tra quelli che “fanno”, segnala in particolare i volontari. Lui stesso, il Ferruccio nazionale, è presidente del VIDAS, associazione che assiste i malati terminali.
Concludo anch’io con la citazione di una “bella notizia” data dal Corriere della Sera il 29.1.1994: “La Giuria del Corriere segnala un’associazione per ridurre il debito pubblico. Mobilitiamoci tutti contro la bancarotta dello Stato”. Si trattava dell’ARDeP, che non è sfumata come un sogno d’estate, ma che la settimana scorsa ha rinnovato la quinta volta la sua presidenza, il suo sito (www.ardep.it), il programma di ricerca e di formazione, dopo 25 anni d’impegno. Il debito ha continuato a crescere, come l’inquinamento. Non è una buona ragione per minimizzarne il pericolo o per lasciar perdere, ricorrendo a palliativi. Occorre intensificarne la conoscenza, le dinamiche, le strade per ridurre il crescente pericolo e per “sortirne insieme”, nonni e nipoti, cittadini di questa sonnacchiosa Europa, che ha osato definirsi “sede privilegiata della speranza umana”.

Luciano Corradini

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