La politica non è sempre in grado di fare la pace; ma la pace non si può fare senza la politica.
Lo ha colto con straordinaria lucidità Giacomo Ulivi, giovane diciannovenne, studente di giurisprudenza a Parma, partigiano e fucilato nel novembre 1944, sulla piazza grande di Modena, ora dedicata a lui.
La sua “Lettera agli amici” (Lettere dei condannati a morte della Resistenza) è un capolavoro d’intelligenza, di pedagogia e di politica. Ne cito qualche passaggio:
“Se ragioniamo, il nostro interesse e quello per la “cosa pubblica” finiscono per coincidere. Dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Vorrei che con me conveniste quanto ci sentiamo impreparati, e gravati di recenti errori, e pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare. Tutto dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall’industria ai campi di grano. Ma soprattutto, vedete, dobbiamo rifare noi stessi: è la premessa per tutto il resto. Mi chiederete: perché rifare noi stessi, in che senso? …Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere; che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo? Bisognerà fare molto. Provate a chiedevi un giorno, quale stato, per l’idea che avete voi stessi della vera vita, vi pare ben ordinato: per questo informatevi a giudizi obiettivi…Questo ed altro dovete chiedervi. Dovete convincervi, e prepararvi a convincere, non a sopraffare gli altri, ma neppure a rinunciare. Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti: ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi. Termino questa lunga lettera un po’ confusa, lo so, ma spontanea, scusandomi ed augurandoci buon lavoro. Giacomo Ulivi”.
Non una parola di odio, di vendetta, di disperazione o di lamento, ma un’analisi rigorosa del disastro avvenuto con la dittatura fascista e la guerra persa, delle colpe degli oppressori, delle omissioni degli indifferenti e delle imminenti responsabilità per la ricostruzione dell’Italia. Conclude scusandosi con i suoi amici con un “augurandoci buon lavoro”. Si ritiene ancora un combattente, consapevole che si può far politica non solo vincendo, ma anche accettando di perdere, non solo le elezioni, ma la vita stessa.
È stato ed è ancora un profetico “padre costituente” di una Italia e di un’Europa che hanno ancora bisogno che emergano giovani della sua visione, del suo coraggio e della sua testimonianza.
L’inverno demografico e partecipativo e la fuga all’estero dei nostri giovani richiedono uno straordinario impegno educativo e politico.
Fa dispiacere ricordare che il 31 ottobre scorso un gruppo di giovani nella sede di Parma di Fratelli d’Italia ha cantato cori e slogan fascisti “ce ne freghiamo della galera, camicia nera trionferà”, con inni al Duce.
Mesi prima, dopo un intenso lavoro preparatorio, Parma aveva vinto, con un programma presentato all’EuropeanYouth Forum per il 2027, il titolo di Capitale europea dei Giovani
Luciano Corradini
